Blues & Mercy
Blues & Mercy

Amazing Grace
Canzoni e storie di gospel, blues, soul & folk music

«Grazia stupefacente!
Come è dolce il suono
che ha salvato un farabutto come me»
Amazing Grace

Un viaggio lungo quattro secoli, fra canti che affondano le radici nei ritmi e nelle coralità degli schiavi africani, ballate che si sviluppano in Italia e Irlanda e gighe che attecchiscono tra New Orleans e la Bretagna: questo è Amazing Grace, terzo libro dedicato alla scoperta dei tesori della musica leggera.
Le canzoni di questo volume hanno un filo rosso che le accomuna. Le parole e la musica di blues e gospel come We Shall Overcome, Sweet Home Chicago e Oh Freedom, di successi soul come The Dock Of The Bay e Georgia On My Mind, di classici folk come La Bamba e Guantanamera, fino a Miraculosa Rainha Dos Ceus, The Wild Rover e Tu scendi dalle stelle, la prima autentica canzone popolare italiana, esprimono il desiderio più profondo dell’uomo, la sua necessità di avere un senso delle cose e di se stesso.

Un libro fortemente documentato, tecnicamente ricco, che parla un linguaggio accessibile in grado di affascinare chi già è appassionato alla musica, ma che può diventare al tempo stesso una guida utile per giovanissimi o insegnanti che desiderano usare canzoni, blues e ballate in un contesto didattico nuovo e stimolante.

Testi di Riro Maniscalco, Walter Muto, Stefano Rizza

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Il Blues
una introduzione

Si dice che sia nato tra la desolazione del Mississippi Delta.

Si dice che sia nato dall’ hollering, dal chiamarsi ad alta voce da un punto all’altro dei campi di cotone.

Si dice che sia stato W.C. Handy a “raccoglierlo” e farlo conoscere al di la’ dei confini del profondo sud “nero”.

Si dice che sia arrivato a Chicago perche’ l’unico treno che dal Mississippi portava a nord si fermava proprio li.

Se ne dicono tante, ma in verita’ non se ne sa tanto e non tanti hanno presente l’unica cosa che occorre avere presente: che il Blues e’ la musica della tristezza.
“Blue”, in slang Americano, nel linguaggio parlato, significa “triste”.  Allora il Blues e’ la musica della tristezza.

Ma che cosa significa musica della tristezza? Che cos’e’ la tristezza?

I bluesmen non lo sapevano, ma ci aveva gia’ pensato San Tommaso a spiegarlo (parecchi anni prima …). La tristezza – ci dice Tommaso – e’ “desiderio di un bene assente”. I bluesmen non avrebbero certamente saputo dare una definizione del genere della loro musica, pero’ sono certo che se qualcuno avesse riferito loro le parole di Tommaso sarebbero scattati su a dire …  “E’ vero!!! E’ proprio cosi!!!”.

Nella storia della musica che i neri d’America hanno generato, il blues e’ il primo figlio degli Spirituals, della “Spiritual Music”.

Abbiamo gia’ raccontato del profondo senso di identificazione che gli schiavi provarono nei confronti di Gesu’. Gesu’ – per quel che capivano – era uno che aveva sofferto almeno quanto loro. Ma questa identificazione, per quanto fosse sublime, non poteva spazzar via quella profonda ferita del cuore che si portavano addosso. Perche’ la vita era cosi dura ed inumana da non sembrare neanche vita. E poi questo benedetto Gesu’ dov’era? O lo si incontra davvero o e’ solo un pensiero. Ed ecco nascere dalla viscere della vita dolorosa che pur mai rinnegandolo non riesce a fare i conti con Gesu’ questo canto, il Blues. “I woke up this morning …” …cosi cominciano tanti blues, “Mi sono alzato stamattina …” e tutto quello che avevo di piu’ caro, quello in cui ponevo la mia speranza non c’e’ piu’. C’era – il bene di una donna, una casa, una manciata di denaro – ma ora non c’e’ piu’. Il “bene” e’ assente. Il blues e’ questo cry, parola potentissima che in Inglese vuol dire pianto, ma anche grido e domanda.

Guardate che la tristezza e’ viva! Non e’ ne’ depressione ne’ disperazione.

Pensate alle tre parole chiave della definizione di San Tommaso: desiderio, bene, assente.

“Desiderio”: quando desideriamo qualcosa, quando la desideriamo davvero, altroche’ se ci muoviamo! Corriamo, lottiamo, domandiamo perche’ il nostro desiderio trovi risposta.

“Bene”: cosa c’e’ di piu’ grande e desiderato del “bene”? Il bene, l’essere voluti bene per quel che si e’ e l’essere capaci di volerne. Chi e’ che si sente voluto bene abbastanza?

“Assente”: puo’ essere assente solo una cosa che si sa che esiste. Quando me ne vado in giro a fare le mie presentazioni sul blues faccio sempre questo esempio. Pensate a quando si fa’ l’appello a scuola, la mattina. “Maniscalco?’, tuona la Prof. Silenzio, poi una voce dal fondo dell’aula …  “Maniscalco oggi non c’e`”. “Assente”, si appunta diligentemente la Professoressa. Oggi Maniscalco non c’e’, ma il mio compagno di banco e la professoressa possono dire che sono “assente” perche’ sanno senza ombra di dubbio che esisto. Dovrei esserci, ma non ci sono. Cosi il “bene” nell’esperienza della tristezza.

Tanti hanno definito il blues la musica del diavolo e mille e mille leggende circondano i primi bluesmen, gente dalla vita devastata, tanti addirittura ciechi (nati o diventati da piccoli per il disastro della vita che vivevano), tantissimi morti tragicamente in giovane eta’. Tra le tante storie quella di Robert Johnson – probabilmente il piu’ grande di sempre tra i bluesmen – che avrebbe venduto l’anima al diavolo alla “Crossroad”, l’intersezione delle Statali 49 e 61 in quel di Clarksdale, Mississippi, in cambio di una maestria unica (ed apparentemente inspiegabile) nel suonare la chitarra. Musica del diavolo anche perche’ tanto blues sembra ruotare attorno al sesso, come se fosse l’unica cosa di cui si puo’ parlare. Approssimativamente il 70% dei blues ruota attorno a “problematiche affettive”. Ma – che Sigmund me la passi ancora una volta – che cos’e’ questo “sesso” se non la riduzione dell’insaziabile bisogno di bene che tutti ci portiamo addosso?

Il diavolo – cioe’ la falsita’, la menzogna – si insinua facilmente tra le pieghe del nostro bisogno d’amore. E il Blues ci racconta di questa “disgrazia”, di questa “mancanza di Grazia”.

Ecco allora il grande bivio di fronte al quale si trovarono il blues ed i suoi interpreti: fare di questo “cry”, di questo grido una domanda di Grazia o un grido di dolore.
Nelle pagine che seguono troverete personaggi che hanno scelto la prima o la seconda via, ed altri che hanno continuato a rimbalzare tra l’una e l’altra, tra sensi di colpa e slanci di fede. A favorire questa contraddizione e a complicare il tutto – per quelli che raggiunsero una certa notorieta’ – successo, denaro, donne. Quando si nasce e cresce poveri e all’improvviso non lo si e’ piu’, e’ facile andare in confusione. La tragica fine di tanti protagonisti della “blues scene” e’ spesso legata a storie di repentini successi.

Successo dapprima limitato al solo mondo della gente di colore, mentre alcuni pionieri della musica folk (Alan Lomax in primis) s’aggiravano per gli Stati del Sud – dai campi, ai villaggi, ai penitenziari – registratore in mano, a raccogliere le tracce di questa musica oscura ed ancora in larga misura sconosciuta, assicurandone cosi la memoria per i posteri. Finche’, agli inizi degli anni ’60, l’intelligenzja bianca decise che il blues meritava il suo spazio e la sua platea non solo in tutta l’America, ma anche a livello internazionale.

Nel frattempo il blues, musicalmente cosi semplice con le sue dodici battute fatte di voce e chitarra – qualche volta un’armonica, una washboard (la tavola per lavare i panni strusciata con dei ditali di metallo), un tamburo, un piffero di canna – si era “elettrificato”. Seguendo quell’unico treno che dal sud portava a nord, arrivato a Chicago, il blues divenne musica da “band”, iniziando quel percorso che avrebbe condotto alla nascita del rock and roll.

Elettrico o acustico il blues resta quel che e’ sempre stato, musicalmente cosi semplice con le sue dodici battute come le sponde sicure del fiume della vita che scorre. Una vita che continua a scorrere alla ricerca del bene assente, perche’ senza “bene” non si vive.

Questa e’ la storia che il blues ci racconta. Oggi come allora.

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The Blues
an introduction


They say it was born amidst the desolation of the Mississippi Delta.

They say it was born from the “hollering”, calling and yelling at each other from a distance through the cotton fields.

They say it was W.C. Handy to discover it, pick it up and make it know beyond the boundaries of the deep black south.

They say it made it to Chicago because that’s where the only northbound train ended.

They say so many things but in truth we don’t know much about it, and not everybody knows the only thing that’s worth knowing: the Blues is the music of sadness.

That’s all “blue” means, sad.
So the Blues is music of sadness.

But what does “music of sadness” mean? What is sadness?
The bluesmen didn’t know it but St. Thomas had already thought it out (a good number of years earlier …). “Sadness” – Thomas tells us – is “desire for an absent good”. Obviously the bluesmen could’ve never come up with a definition like that but I am sure that if somebody had told them Thomas’ word they would have jumped and screamed …”True! That’s it!”

In the history of the music that black people generated in America the blues is the first child of the Spirituals, of the “Spiritual Music”. Slaves deeply identified with Jesus. Jesus – for what they understood – was a guy who had suffered at least as much they were. But this identification, as sublime as it was, couldn’t sweep away that deep wound they had in their heart. Life was so tough and inhuman that it didn’t even look like life. And then “this Jesus”, where was he? Either you meet him or he’s just a thought. And here it comes, from the entrails of this painful life – which wouldn’t deny Jesus and yet couldn’t come to terms with him – this music, the blues. “I woke up this morning …” that’s how most blues begin, I woke up and all I held dear, those things on which my hope was grounded, is gone.  The “good” is “absent”. The blues is this cry: tearing, begging, asking …
Look though, sadness is lively! It’s neither depression nor despair.

Think of the three key words in St. Thomas’ definition: desire, good, absent.

“Desire”: when we desire something, when we really do, man if we move! We run and fight and ask until our desire is answered.

“Good”: what is greater and more desired than “goodness”, than “love” (good and love in Latin have the same meaning)?

“Good” is being loved for what we are and being capable of loving. Who feels loved enough?

“Absent”: only something that actually exists can be absent. When I do my “blues gigs” I always give this example. Think of school, morning roll call.

“Maniscalco?”, calls the teacher with thunderous voice …
Silence, then you hear from the back of the classroom … “Maniscalco’s not here today”. “Absent”, the teacher writes down … Today Maniscalco is not there, but my school friend and teacher can say I am “absent” because they have no doubt I do exist. I should be there but I am not. So is “the good” in the experience of sadness.

Many called the blues “the devil’s music” and thousands of legends surround the first bluesmen – people with disastrous lives, many of them even blind (born or become blind for the inhuman conditions in which they lived), lots of tragic deaths at a very young age. Among the infinite stories, Robert Johnson’s – probably the greatest ever – who allegedly sold his soul to the devil (at the “Crossroad”, Clarksdale, Mississippi, where highways 49 and 61 cross paths) getting in return the ability to master the guitar like no one else. Music of the devil also because so much blues appears to revolve around sex as if it was the only thing worth talking. We can estimate that about 70% of the blues is about “affection-related-issues”.

Excuse me though – and may Sigmund forgive me once more – what is this “sex” if not the reduction of that unquenchable thirst for affection we all carry within us?
The devil – which in Greek means “the liar” – easily sneaks through the wrinkles of our need for love. The blues tells us of this “disgrace”, this “lack of grace”.

Here’s then the real “crossroad” that blues and bluesmen always faced: shall this “cry” be a begging for grace or just a scream of pain?

Many characters in this play chose either one or the other, and others kept crossing over bouncing from here to there and back between feelings of guilt and leaps of faith. To favor this contradiction and make things even more complicated – for those who reached some kind of a celebrity status – success, money and women. When you are born and raised poor and then, suddenly, things change getting confused is very easy. The tragic end of many protagonists of the blues scene is often times tied to stories of sudden fortune. Fortune at first among black people, while some folk music pioneers (Alan Lomax on top of them all) traveled the southern States – fields, villages, penitentiaries – tape recorder in their hands trying to track down traces of this obscure and still largely unknown music, and by doing so preserving it for us. Until, at the beginning of the 60’s, the “white people intelligenzjia” decided that the blues deserved its space and audience not only in the US but also at an International level.

In the meantime the blues, musically so simple with its 12 beats made for voice and guitar (sometimes harmonica, washboard, maybe a drum of a flute made of reed) “had gone electric”. Following that one northbound train, landed in Chicago, the blues became “band music” starting up that journey that would soon bring to the birth of Rock and Roll.

Electric or acoustic the blues remains the same, musically so simple with its 12 beats like the safe banks of the river where life flows. A life that keeps flowing looking for the absent good, because without “good” one can’t live.
This is the story the blues tells. Today like yesterday.

Riro Maniscalco